CASTEL SANT’ANGELO - 10 anni dalla sua creazione e pubblicazione

            

                    Ricordi d’infanzia di un’italiana in terre Macondiane…
          
                                                                         "Yo te amé con gran delirio,
                                                                              y pasión desenfrenada,
                                                                (...) y te olvidé, te olvidé, te olvidé!"

TOSCA
C'era una volta, mica tanto tempo fa, in una bellissima città sui Caraibi chiamata Curramba, una stupenda e affascinante gru di nome Tosca che viveva felice-contenta nei confini della Tierra caliente. Trascorreva i suoi giorni libera e spensierata dentro un enorme Patio Quadrtdo, dietro una casa ugualmente enorme - quasi infinita - piena di stanze e di tanti immigranti napoletani ai cui San Gennaro faceva ogni tanto 'u Miracolo e piangevano la morte di Joselito Carnaval a febbraio ballando el Garabato* al Country Club, facevano il presepe napoletano a dicembre e las cumbias y porros musicalizzavano la casa tutto l'anno, e la Pastiera se la mangiavano pure a Pasqua ma l'arroz con pollo era obbligatorio il sabato a pranzo.  Un corno rosso pendeva dal collo di ognuno di loro perché il malocchio, portato dalle visite annuali dello zio Pasquale messo insieme alle preghiere fatte da Aminta –tata millenaria-  ed al Sant’Antonio capovolto per trovare marito…., potevano creare delle conseguenze imprevedibili.  Quando si mescola la cultura de la telenovela con la cultura operatica sulla stessa pentola, viene fuori un bel minestrone!

Le giornate di Tosca trascorrevano spostandosi dalla Palma de Cera* all'arancio che produceva mini-palline nane e acide, passando per le gardenie e le bouganvillee viola. Il giro finiva felicemente alla grotta della Madonnina di Porto Salvo che era praticamente il confine del Patio, garantendole che non era cosí infinito come lei pensava. Patio Quadrato, come lo era pure la Terra Piatta circondata da draghi e mostri marini e la Piazza Buenos Aires a Roma.
E quando meno se l'aspettava, Tosca fu presa da un colpo per l'apparizione di Cavalpesante, la morrocolla o tartaruga gigante che dormiva nelle profondità del Patio, riscaldata dalla palla del Centro del Mondo.
"Mi amorcito que mi fai venire un ictus ogni volta que fai 'ste apparizioni sorprendenti! "- esclamava in perfetto italgnolo Tosca.
E lui, Cavalpesante, leggero di pensieri e pregiudizi, la osservava con i suoi occhietti di gola e quel gesto coinvolgente che solo le speci in via d'estinzione possono avere quando hanno deciso di lasciarsi andare.
Era un amore libero quello lì, basato sulla fiducia e l’attimo fuggente, come direbbero i relativisti del terzo millenio; si trovavano quando si dovevano trovare e si lasciavano nel momento in cui stavano meglio insieme.  Nella giusta distanza si coglie il vero messaggio, come un quadro impressionista.  La bellezza, nella lontananza.
Quando stavano insieme lui le raccontava dei suoi affascinanti viaggi nell'aldilà mentre lei gli descriveva come passava i pomeriggi dentro al salotto dei napoletani guardando con loro la tivù con una gamba appoggiata per terra come un' ancora e l'altra piegata ad angolo a 90°. 
Risultava evidente che la gru fosse l'orgoglio della famiglia napoletana e Coockie, pecchinese perennemente arrabbiata, piú nera che rossa, s'arrabbiava ancora di più perché non c'é rabbia più grande di quello prodotto dalla gelosia. 
Tutte le notti, Tosca imparava l'italiano con le trasmissioni della Rai che ascoltava in onda corta alla radio il papá napoletano ad occhi chiusi e con un gran sigaro in bocca. Tutti e due si facevano accarezzare i visi dalla brezza del mare caraibico respirando a bocconi la gioia di vivere…lí.  Per Tosca continuava ancora ad essere un profondo mistero il perché delle stelle in cielo coprendo la casa dei napoletani a forma di tetto mentre il giornalista dava il “bongiorno" agli ascoltatori.  “Il tempo qualche volta é uno stato mentale”, le avevano spiegato un giorno le Ballerine arancioni parenti dei quelle giapponesi della Grotta della Madonnina di Porto Salvo, che di tutto sapevano e, quando non lo sapevano, se l’inventavano.


AMINTA
Aminta era tutta rotonda e di color cioccolato fondente. Mangiava con le mani facendo montagnette di riso bianco che poi si portava in bocca.  Faceva le pulizie di giorno a casa dei napoletani ma alle 7:00 di sera spariva misteriosamente camuffata dal colore del cielo e riappariva tutta contenta dopo. Subito apparecchiava per la cena: cotoletta fritta in olio di cocco con riso bianco e platanito maduro. Mamma napoletana l’aveva insegnato a preparare la caponata che “piú buona di cosí si muore” e tutti facevano la scarpetta con fette di bollo de maíz * quando la mangiavano. Da bere sempre c’era un bel sughetto di papaya, di corozo o níspero amalgamato con latte, zucchero di canna e ghiaccio. Ma tanto di quel ghiaccio! A papà napoletano gli si rizzavano gli ultimi 3 capelli che conservava in testa e gli urlava che il dolce non si mescolava con il salato, nè il Tropicale con lo Stivale, nè il bianco col nero, ma i figli napoletani a quel punto s’erano finiti di leccare le dita con el platanito maduro.
Tutti lo sapevano che Aminta aveva un "guagliòn" d’autista di nome Alfredo, pure lui cioccolato fondente. Tutti sapevano che passava con l'autobus pieno di gente che tornava a casa dopo il lavoro alla stessa ora. Tutti sapevano pure che c’era una sosta obbligatoria per farli salutare. Le persone che erano dentro quel "bù'" *dovevano aspettare 45 romantici minuti mentre Aminta ed Alfredo si riconfermavano i loro voti d'amore e fedeltà.  Tutti salutavano ad Aminta quando scendeva bella contenta materializzandosi in donna dal Cielo e tornava a casa dei padroni stranieri a preparare la cena. A quel punto si sentiva pure la motocicletta rossa di Mark, el gringo, che stava parcheggiando a casa sua, la famiglia de los gringos di fronte ai napoletani. Sempre scendeva come una gazzella disaggrappandosi con l'uncino destro dal manubrio e fischiando una canzone dei Beattles. Quando era piccolo, a Natale, un petardo di quelli più pericolosi tra i fuochi d'artificio, gli aveva amputato la mano ma lui se ne fregava ugualmente e la vita se la continuava a divorare a morsi.
Una delle figlie piccole dei napoletani, Gina detta così per la Lollobrigida, lo spiava alle 7:00 di tutte le notti per la finestra e i suoi pensieri salivano in motocicletta rossa con uncino e gringo hippie.

TOSCA
Quando la morrocolla faceva le sue apparizioni a sorpresa ma frequenti nel Mondo Quadrato e Piatto di Tosca, scavava un piccolo buco di terra a modo di utero e partorendosi mille volte tirava fuori la testa con gli occhietti chiusi e la bocca sorridente e quel gesto coinvolgente che solo le speci in via d'estinzione possono avere quando hanno deciso di lasciarsi andare. Con un profondo sospiro s'integrava al Nuovo Mondo uscendo pian pianino ma veramente pian pianino dal buco.

“Chi va piano,
va lontano…
e forse arriva sano…”

Dopo aver salutato la splendorosa gru, s'avviava a ritmo tutto suo al patio de ropa dove Aminta gli teneva sempre un guineo *chiquito sbucciato, bello-maturo e se lo divorava questa volta veloce, prima che i vermi verdi-pelosi dell'albero di guanàbana, accanto, provassero a toglierselo. Tosca e Cavalpesante stavano insieme da una marea di tempo, tipo Aminta ed Alfredo e allora già tutti li consideravano coppia fissa e non ci provavano. Almeno così le dicevano a Tosca le Ballerine arancioni parenti di quelle giapponesi della Grotta della Madonnina di Porto Salvo che di tutto sapevano e ciò che non sapevano, se l'inventavano. Questo era un dono conferito dal dio dei mulatti, Momo, alle persone che venivano battezzate in acque sacrosante sui Caraibi.  Alla fine, era miscela tra genetica ed eredità.


VALERIA

“Quando sei qui con me

questa stanza non ha piú pareti
ma alberi, alberi infiniti.
Quando sei qui vicino a me
questo soffitto viola non esiste piú,
io vedo il cielo sopra noi che restiamo qui,
abbandonati come se non ci fosse piú niente al mondo”.
                                                                         (Gino Paoli)

La figlia primogenita dei napoletani si era sposata quattro anni fa con il figlio di altri due napoletani, immigranti pure loro e allora i quattro erano diventati cummari e cumpari di quelli che giocavano insieme a “burraco” e facevano tornei di bocce e fondavano circoli d'italiani tra gli espatriati.  
I due ragazzi si erano innamorati durante i preparativi di una comparsa per il Carnevale di Curramba: lui rappresentava l’Imperatore bello come il sole, baritono conquistatore di terre remote mentre lei era la dea piú strepitosa tra le dee: Minerva. Dea di artigiani, artisti e uomini di lettere.  Il Pantheon respirava. E tra l’umido tropicale, le bouganvillee sui capelli, i sandali e centurioni e alcuni Whisky and soda, lui e lei costruivano la Little Italy nel Tropico, un pochettino più in su della linea che divideva il Mondo in due parti. Per poco, mamma Minerva partorisce la figlia nelle acque accanto al Castillo de Santa Bárbara, quadrato lui, come non tutti i castelli.  Era andata a prendere una boccata d’aria e quando arrivarono le altre acque, lo zio Angelo dovette fare una corsa per portarla dal dottore Parias. E così irruppe Valeria: due anni e mezzo, la “mitragliatrice” secondo la nonna, che scriveva dappertutto come un mantra la parola “Ley*”. La famiglia ed i vicini le avevano dato del “genio” alla bambina che scriveva parole complete ma ignoranti tutti nel non sapere che i genitori l’avevano lasciata rinchiusa in macchina tutta sudata per un paio d’ore mentre facevano la spesa ad un negozio chiamato “Ley” e Valeria non aveva avuto altra scelta che guardare un punto fisso per non “perdere il centro”, facendolo diventare mandala!  “Ley, Ley, Ley” e la mamma sognó per parecchi anni di avere la figlia avvocato! 
La passione di Valeria erano i misteri immortalati sulla Enciclopedia Monitor e trascorreva ore e ore a fissare la foto di un castel rotondo simile alla torta del matrimonio della zia Dina con lo zio Dino, con un ponte accanto dove vivevano alcuni angeli e un fiume riempito d’acqua  Eterna. Il papá di Valeria la lasciava tutti i pomeriggi dai nonni napoletani materni. Lei si faceva il viaggio dei due isolati nel Plymouth modello 1948 sempre in piedi per non perdersi di niente e non c’era forza umana per convincerla a sedersi. Aminta la aspettava tutta sorridente sul terrazzo con la povera e spiazzata Coockie, brutta come tre befane messe insieme perché tra più si odia, più si diventa brutte.  E cosí la cagnolina sviluppava doppiamente una patologica gelosia. Una sera, approfittando del rumore della moto rossa di Mark el Gringo, le piazzò un morso bestiale; meno male Valeria era protetta dalle scarpine da tennis rosse a quadretti Croydon e allora Coockie dovette sputare un boccone di gomma, vomitando poi bile. 
Ma quel giorno, le carte erano state giocate…



VALERIA, AMINTA E TOSCA
Valeria adorava Aminta e Aminta lo stesso a Valeria. Appena la bambina imparó a camminare, la tata la fece salire sopra i suoi piedi trasmettendole il piú profondo e ricco dei misteri: il ritmo mulatto. Un piedino sopra un piedone e l’altro piedino sopra l’altro piedone: Azucarrrr! * Si volevano talmente bene al punto di condividere i due più pregiati tesori di Aminta: la sua forchetta naturale -e così Valeria mangiava dalla mano cioccolato fondente d'Aminta tutti i cibi- ed Alfredo, salendo pure lei alle 7:00 di notte sul "bù'" per salutare l'autista. Era l'unica che sapeva per davvero il contenuto delle chiacchiere tra Alfredo e Aminta e così quando Farid, il suo fidanzato di tre anni e mezzo della casa dei turchi, la fischiava dal suo Patio de ropa, lei ripeteva una delle frasi imparate la notte prima.

“Qué se quede el infinito sin estrellas,
y qué pierda el ancho mar su inmensidad,
pero el negro de tus ojos que no me deje
y el canela de tu piel se quede igual:
Me importas tu, y tu, y tu, y sólamente tu…”

Valeria aveva scelto Farid respingendo Claudio, pure lui vicino, figlio di romani, perché il primo era parente delle mandorle noci e lune rosse, ed il secondo della trippa, la pajata e la pasta 'e faggioli che Valeria considerava troppo pesanti!  Insomma, l'irrazionalità delle scelte: Farid aveva occhi di kibbe e Claudio di supplí e la decisione era stata presa così. Allora Farid s'arrampicava come un latitante nel lavandino del patio de ropa di casa sua e la chiamava tutto contento. E lei, pure tutta contenta, saltellava con la gru sopra il guscio della morrocolla, gesticolava schifata davanti ai vermi verdi-pelosi dell'albero di guanàbana e con un gran sforzo motore raggiungeva la cima del muro.  La cima del cielo. Lassú, nel tetto del Mondo, si trovavano per mangiare i biscottini Oreo che lui tirava fuori dalla tasca dei pantaloni, belli caldi e molli.
Nelle cittá sui Caraibi arrivava da tempi lontani lo zio Sam che seduto su uno sgabuzzino nel Patio Posteriore, persuadeva ai bambini a mangiare i biscottini Oreo con la CocaCola.  Valeria e Farid li prendevano insieme e l'aria tra le nuvole profumava di narguilé e vaniglia.


AMINTA, ALFREDO E VALERIA
 L'attesa dell'uomo color (e sapor) cioccolato fondente con il suo "bù' "giallo a modo di “confezione Colomba Pasquale” era il momento più emozionante del pomeriggio di Valeria. Aminta gli cambiava il vestitino sporco dei giochi e le faceva indossare uno più bello (ma che sempre grattava tremendamente... al tropico, tutto ciò che non é cotone, pizzica!) e verso le 5:30 del pomeriggio si sedevano in cima al terrazzo della casa “art deco costeña”. La scomessa era indovinare chi passava per prima: da destra doveva apparire il carretto dell'ometto del raspao che sarebbe una specie di granita con amebe e colorante cangerogeno inclusi e da sinistra, un altro ometto con un gran palo a buchetti tra le mani e i pirulì inchiodati lì. I pirulì potrebbero intendersi come delle enormi lecca-lecca appiccicosi a forma di cono e pure loro con altre sostanze che sviluppano l'apparato immunitario di chi le prende. Allora Valeria nell'imbarazzo della scelta, finiva per prendere il dolce che appariva per primo, alle 5:32, in questo Mondo Piatto fatto a quadrati. La bambina non sapeva che con tale atto, fortificava il suo apparato immunitario così diventando così piú tropicale che napoletana. Bisogna dire che quando un napoletano arriva al Tropico, viene iniziato con una indimenticabile diarrea di quattro giorni eterni. “Perfetto diventa il napoletano che rimane nel Tropico”, accennava dopo alcuni Gin-Tonics la mitica doña Maria Luisa, vedova di napoletano e seguace della Regina Madre d’Inghilterra. “L’amore si parla in spagnolo”, e finiva l’ultimo sorso del Tanqueray.




 VALERIA, GINA E TOSCA
Gina aveva 17 anni e due maniere di portare i capelli. Fuori casa erano lunghi e lisci alla hippie e dentro casa se li arrotolava attorno al cranio, come modellando una ceramica e li sosteneva con tante -ma tante!- mollette.  Sembravano un'istallazione postmoderna e Valeria sbavava a vederla con la sua toga in testa allisciandosi i capelli. Anche lei voleva farsi questa toga ma purtroppo le tre lane che aveva in testa non gli bastavano per il momento. Maria Concetta e Franceschina, le altre due zie e Maria del Pilar, la ragazza spagnola dello zio Angelo, avevano pure queste cascate di capelli e lei voleva farsi grande solo per portarli come loro. Ma grande non voleva diventare dal momento in cui vide le trippe del telefono nero di casa del nonno napoletano rotolare per terra quando lo zio Angelo e la zia Maria Concetta discutevano per i turni. Uno dei due disse che il telefono era di proprietà sua e l'altro ribadì che era del tutto falso ed il telefono, che era uno solo, provando a raddoppiarsi, si gonfiò e gonfiò e alla fine, non riuscendo a moltiplicarsi -perché non era né pane né pesce- scoppiò in mille frammenti neri. Valeria rimase profondamente colpita quando davanti ai suoi occhi passò rotolando il cerchio dei numeri e restò rinchiusa nell'armadio di zia Gina tutto il pomeriggio.  Zia riuscì a farla uscire usando la tecnica orientale dei serpenti, quindi, con musica e Yellow Submarine la riportò al Mondo Quadrato. Gina apparteneva alla prima generazione dei Beatles e Valeria, stranamente perché solo ne aveva due anni e mezzo, pure.
Quando la zia doveva andare all'Università si sedeva davanti allo specchio per prepararsi.  Valeria lo faceva accanto a lei e si mettevano addosso una marea di collane e orecchini di colori e più felici di così non si poteva essere. Allora la bambina si girava e fissava un cerchietto di lentiggini che la zia aveva nell’avanbraccio, tipo Via Lattea. Zia Gina le rispondeva che era uno sternuto di cioccolata fondente e Valeria non del tutto convinta, leccava le lentiggini! Cosí, zia partiva in Facoltá a trovarsi con Jung profumata di Chanel numero 5 e bave. Tosca, con una zampa per terra ad ancora e l'altra per aria in angolo a 90°, l’osservava dalla porta. Pure a lei piaceva Jung e la cioccolata fondente.


TOTTI, RICOTTA E BETTY
Appena zia Gina partiva all'Università tutta colorita e liscia, Valeria usciva con Tosca al Patio Infinito, quel piano cartesiano dove si svelavano una a una tutte le verità nascoste dell'Universo. Nel Patio Quadrado fatto di Tierra Caliente. E tra le enormi foglie di plàtano con le quali Aminta copriva los pasteles* de arroz, Valeria si ritrovava con il suo gruppo d'amici: Totti, alto-saggio e ironico, Ricotta tenera-dolce e sorridente, Betty magra-silenziosa e magica. Esploravano insieme i misteri di quel quadratino di Paradiso incorniciato dai fiori più belli ed il canto degli uccellini e loritos* di colori.  Si poteva parlare con loro di tutto, assolutamente di tutto, tranne che di Pinocchio, argomento vietato perché a molti di loro veniva la depressione con quella storia e della cara zia delle tachicardie a Napoli insieme alle figlie che pensavano che il nonno si fosse “fatto l’America” ma mai avevano accettato di venire a vedere e far parte dell’avventura. Nonno napoletano e nonna napoletana dicevano che Totti, Ricotta e Betty erano invisibili –contrariamente alla zia malata di cuore con le figlie che, anche se lontane, si vedevano troppo- e invisibile era tutto ciò che non si vedeva. Ma Valeria capiva perfettamente che gli unici che non potevano vederli erano i nonni, cosa che la portava a pensare che forse gli invisibili fossero loro. Tosca, Cavalpesante, i vermi verdi-pelosi, le Ballerine arancioni parenti delle giapponesi e Farid ci riuscivano quindi il problema ce l'avevano gli altri. Perfino quella fetente di Coockie abbaiava ai suoi tre amici e questo già era un buon segno. Comunque bisogna dire che loro erano amici gelosi e possessivi come la Coockie perché appena nacque Giuseppe, il fratellino di Valeria, non tornarono più a giocare con lei e la pecchinese non provò più a morderla. Gelosia? Meglio svegliarla che sentirla…


TOSCA
Il capannone dove lavorava il papà napoletano di Valeria s'incendiò d'un colpo. Una nuvola di fumo nero coprì il cielo della città tropicale e così i padroni della ditta di vernice decisero senza grossi motivi, spostare e rifare tutto nella capitale. Valeria, il fratellino nuovo ed i genitori napoletani partirono velocemente e di questo non si parla ne approfondisce perché ci sono eventi vitali che si devono affrontare in silenzio.

“Penso che un sogno cosí non ritorni mai piú,
mi dipingevo le mani e la faccia di blu…”
                                      (Domenico Modugno)

La vita nel Patio Qradrado continuava quasi inalterabile, tranne per le due strane assenze: quella di Valeria e quella della morrocolla.  Cavalpesante non appariva da giorni, settimane, mesi; proprio non appariva più e Tosca che non si prendeva sul serio nemmeno a sé stessa, iniziava ad avere uno strano monotema in testa: la morrocolla. 
Una mattina di estate, dunque una mattina qualsiasi perché là tutti i sacrosanti giorni dell'anno erano estivi, Tosca stava scoppiando come il telefono nero.  Non ce la faceva più a tenersi in piedi con una zampa per aria a 90° e l'altra per terra a modo di ancora e non ce la faceva più a imparare il perfetto italgnolo. Non trovava più gusto a sparlare con le Ballerine arancioni parenti di quelle giapponesi, nè a prendere a beccate i gatti cattivi dei vicini che s'arrampicavano sul muro nelle notti fatte di cioccolato fondente. Senza Cavalpesante la vita si faceva davvero pesante: aveva poco senso e senza senso la vita non va vissuta. Allora decise di lasciare quella vita e corse al confine del Patio Infinito, sulla grotta della Madonnina di Porto Salvo. S'arrampicò sul muro della grotta, come Valeria glielo aveva insegnato a fare, mentre le ballerine le urlavano disperatamente "non farlo, non farlo". Ma lo fece. Saltò con tutte le sue forze: le sue penne bianche svegliarono la Memoria addormentate di Vite Anteriori e ricordarono ció che sapevano fare prima di diventare uccello casalingo di Patio Quadrato. Allora Tosca volò come una gru per l’aria e mille Ballerine arancioni parenti di quelle giapponesi saltarono dietro di lei. Tosca partì a los manglares* a dare un nuovo senso alla sua vita e le ballerine si suicidarono perché la loro vita senza Tosca, Cavalpesante e Valeria non aveva più senso.

“Tutti i Romani giocavano a palla
Con Apelle figlio d’Apollo,
che fece una palla di pelle di pollo.
Tutti i pesci vennero a galla
a vedere la palla di pelle di pollo,
fatta da Apelle, figlio d’Apollo.”

                                                                                           Daniela Violi
                                                                           Roma, novembre 2003
                                                                      Viareggio, novembre 2004



Racconto pubblicato in Italia nella rivista letteraria www.sagarana.net numero 18 (Lucca, gennaio 2005) ed in spagnolo nella rivista culturale del giornale El Heraldo di Barranquilla (Colombia) per il Carnevale, domenica 6 febbraio 2005.   


Parole particolari usate nel racconto:
*Garabato: Ballo tipico del Country Club di Barraquilla - Colombia durante il Carnevale. Gli uomini indossano cappelli alti tappezzati con fiori colorati e camicie ricamate.  Le donne portano gonne nere lunghe e ampie con ricami verdi, gialli e rossi, i colori della bandiera di Barranquilla. La canzone ballata é “Te olvidé”. Ogni club, circolo, rione, quartiere o gruppi d’amici organizzano “las comparsas” per festeggiare insieme, sempre mascherati, tutto il mese del carnevale.  Alla fine, avviene la “muerte de Joselito Carnaval” come simbolo della fine dei festeggiamenti. “El Carnaval de Barranquilla” é stato dichiarato dall” Unesco nel 2004 Patrimonio Orale ed Intangibile dell’Umanitá”. 
*Palma de cera: Albero insegna della Colombia.
*Bollo de maíz: involtino fatto con farina di maíz, acqua e burro e ricoperto in foglie di platano. Vengono venduti da las “palenqueras” che per strada gli portano sulla testa dentro una grande ciotola urlando “¡Bollo!”.
*Bù': Il “Bus” viene pronunciato dai nativi dei Caraibi "bù" perché mangiano la "s" finale quando parlano.
*Petardo: Tipo di fuoco d’artificio.
*Guineo: Nome con cui si chiamavano le banane quando erano portate dalla Guinea. 
*Lorito: Pappagallo piccolo.
*Ley: Usato al maschile, é il nome di un magazzino; al femminile, significa “legge”.
*Azúcarrrr: esclamazione usata dalla cantante di salsa cubana Celia Cruz.
*Pastel: Piatto tipico della costiera Atlantica colombiana, fatto col riso, pezzi di maiale e pollo, patate e piselli, avvolto in foglie di banana verde.
*Manglares: Vegetazione umida tipo pantano della costiera nord colombiana dove gli schiavi africani scappavano e costruivano los “palenques” o palafitte.  Da lí il termine “palenquera”.



                          

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